Breve storia del cioccolato in Russia

[English version below]

[Avevo intitolato questa articolo “breve storia” prima di sapere che avrei scritto una telenovela.]

“A mezzogiorno suonò alla porta il corazziere di Sua Signoria, il barone Ommau-Omergau con una bomboniera di due libbre di cioccolatini Kraft. La bomboniera di due libre non fu respinta; ma lui venne respinto.
Alle due suonò alla porta il corazziere blu di sua signoria il conte Aven con una bomboniera di Ballet; la bomboniera fu accettata, ma lui venne respinto.”

Andrej Belyj, Pietroburgo

In questo romanzo, ambientato nella Pietroburgo del 1905, poco dopo la sconfitta nella guerra russo-giapponese e alle soglie della rivoluzione del 1905, il cioccolato appare di sfuggita, come regalo alla protagonista femminile, l’angelo Peri, presa, a suo malgrado, nel mezzo di una cospirazione. Belyi la descrive come una donnina poco intelligente (dalla “piccola testolina”) e tendente alla golosità e pinguitudine (Belyi non è esattamente uno scrittore femminista). “Pietroburgo” narra di una società alle porte dell’Apocalisse, dove i figli complottano contro i padri, i servi si ribellano ai padroni, si teme l’invasione asiatica, si organizzano comizi, si cospira, si uccide, si beve, si allucina, in una Pietroburgo fredda, gialla, infinita e labirintica.

In “Cioccolata” di Tarasov-Rodionov siamo nel 1930, la rivoluzione, quella vera e definitiva, è passata, i figli hanno ucciso i padri, i servi si sono ribellati ai padroni, l’invasione è alle porte, ma si continua a cospirare, a uccidere, a bere e ad allucinare. In questo racconto, la cioccolata diventa il simbolo della borghesia e della corruzione. Due tavolette di cioccolato (e un paio di calze di seta) saranno la perdizione del protagonista, un funzionario della Ceka (antenato del KGB), accusato di tradimento perché sua moglie ha accettato delle tavolette di cioccolato (per di più, straniero!) in regalo da una ex ballerina legata a forze contro-rivoluzionarie.

Tornando indietro nel tempo, la cioccolata arriva in Russia più tardi rispetto all’Europa, e pare sia legata ad una persona in particolare, approdata il 6 settembre 1786 in un porto sul mar Nero, dal nome di Francisco de Miranda. A parte informazioni sui paesi del Nuovo Mondo, de Miranda porta alla corte di Caterina II anche delle fave di cacao e il metodo per preparare la bevanda a partire da esse.

Nel XIX secolo gli Abricosov, famiglia di commercianti, inizia la fabbricazione industriale di cioccolato, comprando dei macchinari, come delle macchine a vapore, nel 1873. Negli anni 1880 e 1890 la fabbrica Abricosov produce il 50% di tutti i prodotti dolciari dell’impero russo, cioccolata compresa. Oltre alla materia prima, gli Abricosov si interessano al “packaging” curando le copertine delle tavolette, facendo tavolette a tema e invitando pittori per illustrarle.

[Curiosità storica: gli Abricosov erano servi della gleba liberati ed arricchiti, quindi fino alla liberazione non avevano un nome di famiglia. Spesso il nome di famiglia acquisito è legato ad una raccolta abbondante di un prodotto agrario. Abricosov infatti deriva da abricos, albicocca.]

Breve storia del cioccolato in Russia

I concorrenti di Abricosov sono le produzioni Einem, fondate dal tedesco Ferdinand Theodor von Einem, immigrato nell’impero russo nel 1850. Anche lui importa macchine a vapore dall’Europa e si interessa al marketing, ad esempio chiedendo ad un musicista di comporre musiche speciali, come il walzer del cioccolato, mettendone gli accordi in ogni scatola.

Breve storia del cioccolato in Russia

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Il terzo concorrente nel mondo del cioccolato è il francese Adolphe Siou, il fondatore di Siou et co., fabbrica di dolci ma anche di profumi (il più conosciuto dei quali riproduceva l’odore del fieno appena tagliato). Importatore di macchinari, proprietario di un’enorme fabbrica dove faceva preparare il cioccolato dalle fave importate dall’America Latina, era conosciuto per le sue tavolette un po’ più care di quelle dei concorrenti (il certificato qui sotto dice che Siou ha vinto la medaglia d’oro per il suo cioccolato all’esposizione universale di Parigi del 1889).

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Anastasia Tsvetaeva (la sorella della più famosa Marina) scrive nelle sue memorie “Siou, Einem, Abricosov – cioccolata, torte, bonbons e caramelle – ondante di aromi, una competizione tra androni e lampadari. Da Siou si trovavano palloncini rosa, piccoli tavolini rotondi opachi, i pasticcini erano magnifici. Ci andavamo per bere il tè, il caffè, a volte la cioccolata calda.”

Mi chiedo se i cioccolatini Kraft e Ballet di Pietroburgo non siano in realtà cioccolatini Einem et Siou. Forse Belyj non voleva fare product placement.

Dopo la rivoluzione, le fabbriche sono nazionalizzate (Abricosov diventa “Babaev”, Einem “Ottobre Rosso” e Siou et co. “Bolshevik”) e la cioccolata diventa uno dei simboli della borghesia, “quella borghesia russa che stringe al petto un pezzo di cioccolata” (Ovcharenko, L’insurrezione, citazione trovata su Wikipedia ma non altrove) e quindi di fatto sparisce dalla consumazione.

Solo negli anni 60 la cioccolata viene “riabilitata” subendo un remake per renderla più socialista. Viene organizzata una serie di test per trovare la ricetta perfetta del cioccolato al latte, che combini gusto e accessibilità economica. La ricetta vincente è scoperta dalla fabbrica di dolci “Ottobre Rosso”. Nel 1964 viene indetto un concorso di fotografia per trovare la bambina che possa rappresentare la cioccolata. La foto vincente, ridisegnata e ritoccata, diventa l’immagine sull’involucro. Viene così creata la cioccolata “Alenka”, simbolo della tavoletta di cioccolato per milioni di russi nati durante l’epoca sovietica. Una leggenda dice che la bambina rappresentata sia la figlia di Stalin (non è vero, è la figlia del fotografo vincente). Un’altra leggenda dice che il nome Alenka (diminutivo di Alena, a sua volta diminutivo di Elena…i diminutivi dei nomi russi sono una storia a parte) sia stato dato in onore della figlia della prima astronauta donna, Valentina Tereshkova.

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Come non di rado nell’Unione Sovietica, si formò la leggenda che la cioccolata “Alenka” fosse più buona della cioccolata occidentale. Leggenda dura da morire, ed ogni estate schiere di nonne riempivano le valige dei nipoti immigrati di tavolette Alenka per evitare che i poveri bambini manchino di “buon cioccolato laggiù”! Onestamente il gusto di Alenka è un incrocio tra latte in polvere, zucchero e plastilina, ma quell’involucro è un pezzo di nostalgia.

Riferimenti
http://www.alius.ru/old/babaev/history.htm
http://mechta-ind-posh.livejournal.com/5344.html
http://muzey-reklami.com.ua/siu-i-ko-konditer
http://stape l ia2784.livejornal.com/39040.html
http://abrikosov-sons.ru/istoriya_shokolada
Marina Koleva, Cioccolata, una storia d’amore, edizioni Olma Media Groups

In English please…

The French historian Fernand Braudel distinguishes between two kinds of history: history with the capital H, the History of dates, events, revolutions and wars, and the material history, the history of the everyday life, of the slow changes in the way people drink, eat, dress themselve s and so on. The two are connected of course and the slow under-earthian material changes are influenced by, and influence in return, the big events.

Material history fascinates me. I love how we can take a deceivingly trivial object, like a chocolate bar, and observe how it evolves through the centuries, following the waves of historical changes.

In the novel “Petersburg” by Andrej Belyj chocolates appears only briefly. The central female character, “angel Peri”, finds herself in the middle of a conspiracy. In the meantime, life goes on and her platonic suitors (she is married) ring at her door to bring her gifts: boxes of chocolate. Being stressed out, she keeps the chocolate, but rebuffs the suitors. Belyi mentions two brands: Kraft and Ballet.

In reading the novel I become curious about whether these brands ever existed. It turns out that they did not, but the chocolate scene in the Russian Empire of the XIX century was shared between three factories, led respectively by a Russian family, a German entrepreneur, and a French family.

The first factory belonged to the Russian Abrikosov family, descendants of liberated serfs (hence the name, serfs didn’t have a family name and when liberated they often took the name of a crop, apricots in this case) and rich merchants. They bought steam engines in Europe and created a chocolate a factory that at one point produced 50% of the sweets and chocolate in the Russian Empire.

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The second is the factory Einem, founded by a German, Theodor von Einem, who came to the Russian Empire in 1850. Also interested in marketing, he asked a composer to write a melody for each of his products.

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The third competitor on the XIX century chocolate scene was the French family Siou. The family came from Paris to Moscou and founded a sweets factory and also a perfume factory. They imported their beans directly from Latin America and roasted them in Moscow. Slightly more expensive than the competitors’ bars, their chocolate won an award at the universal exhibition in Paris in 1889. Their wrappings are very beautiful and elegant. In their factory they hosted a coffee salon, decorated in the Liberty style. Browsing the internet, I found an auction sale of two Mucha paintings commissioned by the Siou family for their Moscow coffee place.

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All three paid special attention to packing, as you can see! It’s such as pleasure to look at these wrappings. I wouldn’t mind if modern bean to bar manufacturers would get some inspirations from them.

Anastasia Tsvetaeva, the sister of the more famous Marina, wrote in her memories: “Siou, Einem, Abricosov – chocolate, cakes, bonbons and caramels – waves of smells between the halls and the streetlamps. At Siou there were pink balloons, little round marble tables, the pastries were magnificent. We went there to drink tea, coffee and sometimes hot chocolate.”

After the Revolution, chocolate is banned as the symbol of bourgeois depravity. The short story “Chocolate”, wrote in 1930 narrates the “fantastic story” of an employee of the Ceka (the ancestor of the KGB) and his downfall, caused by two chocolate bars (and a pair of silk stockings) that his wife accepted as a gift from an ex ballet dancer, linked to counter- revolutionary forces.

The factories are nationalized: Abricosov became “Babaev”, Einem “Red October” and Siou et co. “Bolshevik” Chocolate is “pardoned” only in the 60ies, when the regime asks factories to create a new formula for milk chocolate, cheap and tasty at the same time. Red October wins the competition and the chocolate “Alenka” is created. In 1966 another competition is announced in order to find a little girl to illustrate the milk chocolate. The photograph, repainted and retouched, becomes the image of milk chocolate for millions of Russians born during the Soviet Union.

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Several legends are created around this chocolate. One says that the little girl is Stalin’s daughter (in reality she is the photographer’s daughter), another that the name was an homage to Elena, the daughter of Valentina Tereshkova, the first women to go into space (Alenka is a diminutive of a diminutive of Elena). A last legend is that it is tastier than “Western Chocolate”. Honestly its taste is a mixture of milk powder, sugar and modeling clay, but it’s a piece of history and nostalgia.

References
http://www.alius.ru/old/babaev/history.htm
http://mechta-ind-posh.livejournal.com/5344.html
http://muzey-reklami.com.ua/siu-i-ko-konditer
http://stape l ia2784.livejornal.com/39040.html
http://abrikosov-sons.ru/istoriya_shokolada
Marina Koleva, Chocolate: a love history. Olma Media Groups

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